Intervista a Francesco Rutelli - Il senatore parla al Festival di energie rinnovabili e Green Economy


La web tv del Festival dell'Energia 2010

A giugno il Governo dovrà presentare alla Commissione Europea il Piano d’Azione per le rinnovabili. È la prima di una serie di scadenze importanti che traducono in politiche concrete gli impegni ufficiali presi per affrontare il cambiamento climatico. Le sembra che nel nostro Paese si sia sviluppata una riflessione politica sufficientemente organica in merito al nodo ambiente-energia/-sviluppo e che questa saprà riflettersi in scelte concrete efficaci oppure no?

E' tempo di sviluppare una seria politica ambientale che risponda alle sfide che il rebus energia-ambiente-sviluppo ci pone, l’Italia ha due serie questioni da risolvere: da un lato, un ambientalismo negativo, che si pone come gendarme del no piuttosto che come forza innovativa; dall’altro, un Governo che su questi temi sembra essersi semplicemente lasciato trascinare, anche piuttosto malvolentieri, su una strada tracciata da altri, con atteggiamenti contraddittori. Durante il G8 all’Aquila, il nostro Paese si è fatto promotore di un documento finale sull’ambiente di grande impatto e poi nelle diverse sedi europee, nei diversi momenti di confronto di questo negoziato complesso, guida il fronte dello scetticismo...

Insomma, in linea di principio il Governo sposa la questione ambientale

Secondo alcuni, il peccato originale sarebbero le condizioni sottoscritte da Ronchi, ormai dieci anni fa, che assegnavano all’Italia un target di riduzioni delle emissioni eccessivo, pari al 6,5% rispetto ai dati del 1990. Da allora l’atteggiamento dei Governi italiani è stato discontinuo, da parte del centro-sinistra, e negativo da parte del centro-destra: il paese non ha messo in campo nessuna strategia bene organizzata per ridurre le emissioni.

Abbiamo oggi provvedimenti parziali, che si sono rivelati efficaci, penso agli incentivi alle rinnovabili e al settore edile; misure per il risparmio energetico e l’efficienza (anche qui con qualche pasticcio, perché ci sono troppe complicazioni burocratiche e disomogeneità nelle norme regionali) oppure il miglioramento dei carburanti; si sono sviluppate delle situazioni promettenti, ma manca effettivamente una leadership, una direzione uniforme. La politica italiana deve sapere assumere questo tema come centrale per lo sviluppo, in questo senso siamo certamente indietro rispetto ai maggiori paesi europei. La posizione dell’Italia rischia di essere isolata nel negoziato europeo, e ci troviamo a dover pagare multe salate per il mancato taglio delle emissioni.

La Francia ha scelto di unificare queste competenze in un unico Ministero, quello dell’Ecologia, dell’Energia, dello Sviluppo durevole e del Mare, che è in capo al Ministro Borloo, che ha anche la delega alle rinnovabili e alle negoziazioni sul clima. In Gran Bretagna, tutti e tre i candidati avevano inserito nel loro programma il tema energia, ambiente e sviluppo e ne hanno evidenziato la centralità; lo stesso avviene in Germania. L’assunzione di questo tema in maniera forte ed esplicita è una prova di maturità della politica, anche se le misure non sono sempre coerenti.

Con il “Centro per uno Sviluppo sostenibile”, di cui sono presidente, abbiamo fissato un appuntamento nazionale, a fine giugno, per tirare le somme delle negoziazioni dopo Copenaghen, per capire dove si può andare e quale deve essere il ruolo dell’Europa e dell’Italia. Intorno a questo tema vorrei riuscire a sviluppare una cinvergenza bipartisan.

Lei ha un passato politico da ecologista e ancora oggi l’ambiente è tra i punti focali della sua attività. Da questo punto di vista, qual è la sua posizione rispetto al nucleare? Condivide la tesi di alcune figure di primo piano dell’ambientalismo internazionale, come Lovelock, o è più vicino alle posizioni che tradizionalmente esprimono le associazioni ambientaliste italiane?

Sono dell’idea che sia passato il tempo dei no ideologici a questa o quella fonte energetica. Le valutazioni devono essere necessariamente lucide e oggettive. Per quanto riguarda il nucleare - quello che conosciamo oggi, quello che le tecnologie attuali ci dicono possibile – ho alcune perplessità e ritengo che sia il caso di attendere una generazione di reattori tecnologicamente più affidabili e soprattutto economicamente più interessanti. I conti sono controversi perché gli investimenti necessari sono imponenti. Certamente, sviluppo e collaborazione internazionale, a partire dalla ricerca, devono andare avanti. Ho dei dubbi sulla convenienza economica e soprattutto voglio vedere bene dentro il contenitore, voglio capire a fondo tutti i passaggi del ciclo: tecnologie, localizzazioni, gestione delle scorie. Oggi prevale la perplessità. Per esempio: perché Berlusconi in campagna elettorale è andato in Puglia a rassicurare "non costruiremo centrali nucleari in questa regione"? Perché non ha chiesto un esplicito impegno da parte dei candidati del centro destra a sostegno di una politica che hanno molto chiaramente delineata, in merito alla quale sono stati siglati accordi internazionali? Insomma, ci sono delle contraddizioni evidenti. L'uscita del Ministro Scajola non le semplifica. Dobbiamo anche concordare un ripensamento del modello federalista per le reti energetiche, che rischia di immobilizzarci.

Rinnovabili e nucleare sono spesso poste come scelte energetiche alternative: o l’una o l’altra, anche per ragioni della scarsità di disponibilità finanziari.

Per quanto riguarda la questione industriale, nel caso del nucleare, il rischio a mio avviso è di essere solo sub-appaltatori, con il dubbio, aggiungo, che ci vengano date tecnologie non di primo livello. Negli ultimi anni, la nostra capacità di produzione industriale, di elaborazione di contenuti tecnici, tecnologici in materia di nucleare si è notevolmente ridotta, siamo rimasti inevitabilmente indietro.

Perché lo sviluppo della green economy, cioè di un tessuto industriale reale, italiano, sia significativo, ci sono alcuni interventi che vedo come fondamentali: agire sulla rete, definire una legislazione semplice e coerente, dare stabilità agli incentivi. Impedire ogni possibile infiltrazione della criminalità: non possiamo permetterci che questo settore - innovativo e promettente - sia condizionato fin dalla sua nascita da poteri mafiosi.

Tutto questo deve tendere a due obiettivi prioritari: limitare la dipendenza energetica e ridurre il costo dell’energia per le imprese: è un fattore determinante per la competitività delle nostre industrie nel mercato internazionale e tutti noi dobbiamo riparare ad un periodo troppo lungo di divisioni e polemiche. Energia ed ecologia debbono essere parte di una convergenza politica unitaria, come deve avvenire per la politica estera e quella di sicurezza.

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